La nuova religione

 La nuova religioneCi sarebbe molto da dire in merito a ciò che si intende effettivamente per politeismo e monoteismo, dato che non sempre quest’ultimo può essere considerato più “evoluto” del primo, e non sempre le due concezioni sono così diverse di come potrebbe sembrare (basti pensare all’adorazione dei santi nella tradizione cristiana).

Ma lasciando per un attimo in disparte questo tipo di approfondimento, l’autore del libro La religione degli etruschi, Giovanni Feo, delinea un interessante percorso religioso dell’essere umano, indicando proprio nel periodo attuale la necessità di compiere un ulteriore ampliamento di coscienza, una vera e propria rivoluzione religiosa.  

Gli studiosi di Storia delle Religioni si trovano generalmente concordi nel ritenere che nelle società umane il concetto di “religione” sia mutato nelle vari ere storiche, passando attraverso tre principali fasi. La prima, definita “feticista”, sarebbe la più antica, da riferirsi ai primi homo sapiens. Quei nostri progenitori avrebbero percepito la presenza di un potere superiore e non umano nei fenomeni naturali che toccavano in modo significativo la loro coscienza, senza però riuscire a definire i limiti di tali esperienze. Giunsero così a sviluppare il culto di particolari oggetti, “feticci”, come pietre, ossa, conchiglie e quant’altro che ritenevano impregnato di quell’ineffabile potere.

In una seconda fase vennero scoperti e utilizzati dei sistemi simbolici, utili a inquadrare quel potere in un insieme codificato e ben preciso. Prese allora forma una concezione di tipo “politeistico”, basata sull’idea di un pantheon di divinità governate da una suprema diade divina: una grande dea creatrice e al suo fianco il dio della fertilità. Nel pantheon governato dalla diade, altre coppie di dèi esprimevano i vari e diversificati aspetti del divino, aspetti inferi, celesti, marziali, generativi e ogni altro aspetto che interessava il comune vivere.

La terza fase è quella relativa alla nascita delle religioni “monoteistiche”, dove emerse la concezione dell’unicità del divino, il dio unico, padre di ogni creazione. Il limite delle religioni monoteistiche è nel riconoscere l’unicità di un solo Dio e al tempo stesso non riconoscere che quel Dio è lo stesso degli altri credi, dove la medesima credenza è solo formalmente diversa.

Il passaggio ulteriore che porterà ad una quarta fase evolutiva della coscienza, consiste nel riuscire a trascendere il senso apparente delle cose, di forme, simboli e nomi, per giungere ad una comprensione più profonda e più autentica della realtà.”

Forse, senza rinnegare la funzione svolta fino ad oggi dalle differenti religioni e scuole spirituali, ma anzi con gratitudine nei loro confronti per averci accompagnato e sostenuto nella nostra ricerca, è arrivato il momento di riconoscerle veramente e profondamente come “dita” che indicano la Luna.

Forse, è arrivato il momento in cui siamo chiamati a compiere l’ulteriorie sforzo di orientarci direttamente verso la “Luna”.

Forse, è più che mai ora possibile spogliarci di tutti i metodi e i concetti per adorare realmente il dio che tanto cerchiamo in Spirito e Verità, e non solo a parole…

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Cerchiamo o scappiamo?

 Cerchiamo o scappiamo?La domanda è molto delicata, ma non possiamo fare a meno di continuare a porcela. È troppo importante. Anche il noto psicoterapeuta James Hillman (il prosecutore del pensiero Jung) ha cercato di indagare la questione con grande profondità e umanità.

Il rischio, infatti, è che sia le psicoterapie che i percorsi spirituali finiscano per far concentrare la persona unicamente nel suo personale mondo interiore, come se la sua relazione con tutto ciò che la circonda sia secondaria o priva di valore; come se le due cose non fossero in realtà le facce di una stessa medaglia.

Immergendosi esclusivamente e rigidamente nella propria interiorità, il fortissimo rischio è quello di ritrovare sempre ottimi alibi – psicologici o spirituali che siano – per continuare ad essere esattamente come sempre: meccanicamente abitudinari ed insensibili alle reali necessità altrui. La trasformazione dei propri significati esistenziali, non coincide con la reale trasformazione della propria esistenza.

Se ci ostiniamo a guardare troppo dentro, non ci guardiamo intorno, e se non ci guardiamo anche intorno, scappiamo dal più sincero riflesso di ciò che ci vive dentro.  

E nel suo modo folle, la terapia (o alcune filosofie spirituali), enfatizzando l’anima interiore ed ignorando l’anima che è fuori, sostengono il declino del mondo reale”, osserva Hillman. Ma si spinge ancora oltre in un’intervista con un giornalista tratta dal libro “100 anni di psicoterapia e il mondo va sempre peggio”:

Giornalista: Un terapeuta mi disse che la pena che provavo nel vedere un barbone della mia età, in realtà era un sentimento di dolore per me stesso.

Hillman: E occuparsene significa andare a casa e rifletterci sopra. Ecco cosa ha finito per significare occuparsene. E a quel punto sei già passato oltre quel barbone, lungo quella strada.

Giornalista: In parte è anche un modo per tagliare fuori quello che lei chiamerebbe Eros, quella parte del mio cuore che cerca di entrare in contatto con gli altri. In teoria questo è qualcosa che la terapia cerca di liberare, ma poi c’è lungo la strada una persona per la quale provo un sentimento, e si vorrebbe che io mi occupassi di questo sentimento come se esso non avesse nulla a che fare con quella persona.

Hillman: Non potrebbe essere che il lavorare su di sé, faccia parte della malattia e non della cura? Penso che la terapia abbia fatto un errore filosofico con il credere che la cognizione precede la volizione, che il conoscere precede il fare, l’azione. Io non credo che sia così. Credo che la riflessione debba venire sempre dopo l’evento.

Senza un riscontro oggettivo di come siamo, pensiamo ed agiamo, ciascuno di noi potrebbe tranquillamente reputarsi già un santo realizzato. È sufficiente un pizzico di conoscenza e una certa dose di carisma. Tutto il resto non conta, ogni dissonanza tra il predicare bene e il razzolare male potrebbe essere giustificata e ben motivata.

Forse è proprio l’evidenza data dalle nostre parole e azioni a rappresentare il risultato – o lo specchio – dell’effettiva maturazione interiore. Il fine non è “misurare” il livello spirituale altrui né “allenare” il proprio comportamento verso simulazioni celesti sempre più luminose, ma è semplicemente quello di smascherare se stessi passo dopo passo attraverso un riflesso ineguagliabile in termini di precisione.  

Anche attingendo dal Vangelo, si legge ripetutamente che l’albero si riconosce “dai suoi frutti”, non “dalla sua linfa vitale interiore che non ha nulla a che vedere con i frutti”. È certamente vero che ogni insegnamento può nascondere diverse sfumature di significati, ma è pur vero che quando la semplicità viene forzatamente ricondotta ad analisi interpretative, rischia di perdere anche una buona dose della sua originale forza e profondità.

È questo il caso della regola d’oro alla base di tutte le religioni: “Ama il prossimo tuo come te stesso”, dietro alla quale si cerca spesso di scorgere un messaggio che va talmente nel profondo, talmente nell’interiorità, da perdere di vista – ironicamente – tutti coloro che ci circondano.

In un recente post abbiamo citato le parole di Samael Aun Weor, che in un certo senso mettono in guardia da una spiritualità ingannevole e troppo aleatoria, ma gli stessi moniti li ritroviamo in un altro maestro gnostico del nostro tempo, conosciuto con il nome di Jan van Rijckenborgh, nel suo libro “La Gnosi nella sua manifestazione attuale”:

Un uomo può pretendere di confessare la nuova forma di religiosità senza che ciò corrisponda a un fatto reale; tuttavia, limitandosi a parlarne soltanto senza viverla, rimarrà, nonostante tutte le sue chiacchiere, sotto la legge della vecchia religiosità. […] L’importante non è quello che dite, ma ciò che fate. Si tratta dell’atto autentico della quarta Gnosi, la Gnosi del nuovo comportamento.”

D’altro canto, anche nel concentrarsi esclusivamente sulla propria condotta esteriore ci si potrebbe parimenti ingannare: tentando di imitare un comportamento considerato santo, non si farebbe altro che imitare solo il risultato di un profondo lavoro interiore. Ma, si sa, nessuna maschera indossata potrà durare per sempre (grazie al cielo!).

Che fare dunque? Interiorità od esteriorità? Forse il farle procedere di pari passo potrebbe essere la strada più sicura. Non dimentichiamo la conclusione di Buddha secondo la quale “nel mezzo sta la virtù”. Questa è forse la ragione per cui non si parla mai di tecnica della vita, ma di arte della vita. 

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L’Insegnamento di Ptahhotep

 L’Insegnamento di PtahhotepTroppo spesso ci dimentichiamo che non esiste una corrente spirituale più evoluta o migliore di un’altra. Il filo d’oro che le attraversa e le collega è sempre lo stesso, pur assumendo forme, linguaggi e simbolismi differenti.

Ecco perchè abbiamo pensato di pubblicare uno spunto di riflessione introduttivo a quello che viene considerato forse il più antico testo sacro scritto dall’umanità, risalente a circa 4500 anni or sono.

I geroglifici che lo compongono – come ogni vero testo cabalistico - consentono differenti interpretazioni e quindi differenti letture. Stiamo parlando degli Insegnamenti di Ptahhotep, un Vangelo Gnostico dell’epoca, equiparabile al Tao Te Ching cinese così come al Pirkè Avot ebraico.

Le massime contenute in questo prezioso scritto sono state a lungo presenti nella storia dell’Antico Egitto, sopravvivendo fino ai giorni nostri grazie alla protezione dei monaci copti, i quali hanno cercato di mantenere viva la Gnosi Egizia camuffandone il messaggio per mezzo di un simbolismo cristiano.

L’autore di questi insegnamenti è il gran visir d’Egitto Ptahhotep, considerato storicamente come il ministro del Faraone Djeret-Isesi della V dinasti, ma il suo nome rivela molto, molto di più.

Non volendo anticipare troppo, consigliamo al lettore di scaricare il fascicolo sottostante, anticipando il fatto che verranno presentati solo i primi tre capitoli dei quarantotto che compongono l’intero testo. Ciò rappresenta infatti solo un invito a sperimentare un’immersione personale in questo affascinante mondo.

Scarica il fascicolo

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Storitualità

 StoritualitàSono sicuro che vi starete chiedendo “che cavolo significa il titolo di questo post?”. Domanda più che lecita, dunque arrivo subito al nocciolo della questione.

Si tratta infatti di un neologismo da me follemente coniato: storia + spiritualità. Mi sono accorto, dopo numerosi confronti e riflessioni in merito, che molte organizzazioni religiose hanno un’insana e paradossale tendenza a trascurare i loro stessi insegnamenti ponendo molta più cura ed attenzione alla storia del gruppo di cui fanno parte.

Il problema di per sé potrebbe non avere molta importanza, d’altronde siamo tutti umani ed è certo molto più semplice ricadere nello studio della materia “storia” piuttosto che nella materia “se stessi”. È normale e comprensibilissimo, la ricerca interiore richiede perseveranza ma anche molta pazienza.

C’è però un piccolo particolare che non si può non considerare: spesso gli insegnamenti vengono veicolati a fianco di interpretazioni che fanno proprio riferimento a particolari eventi storici, considerati colmi di significati spirituali. Ecco perché allo stesso modo in cui la storia potrebbe non avere alcuna rilevanza con il valore di un insegnamento, diventa però fondamentale nel momento in cui viene tirata in ballo a riprova di dubbie – e spesso dogmatiche – interpretazioni.

Un esempio molto comune ed emblematico vede i detentori della verità fare ricorso a presunti contatti con fraternità, misteriosi maestri, ordini iniziatici, confraternite, se non Dio stesso, che ne certificano a pieno diritto una certa garanzia D.O.C.S. (di origine certificata spiritualmente). Quasi certamente nessuno oserà mai approfondire troppo il discorso, adducendo a fumosi fatti incontestabili, eventuali segreti da mantenere oppure ad esperienze incomunicabili a parole.

Più queste presupposte affiliazioni celesti rimangono indefinite, vaghe e misteriose, più si alimentano le mitologie da corridoio… ma anche e soprattutto le paure. “Paure di cosa?” vi starete chiedendo.

Semplice, la paure di essere giudicati da qualcuno o qualcosa di ancora sconosciuto (ma sicuramente potentissimo e molto, molto più grande di noi) ogni qual volta i propri pensieri o atteggiamenti non sono in linea con i dettami dell’insegnamento proposto. Le paure per una promessa di salvezza e libertà, vincolata però paradossalmente all’obbedienza e al doveroso senso di appartenenza. Le paure che i propri dubbi o insoddisfazioni nel come viene proposto il Cammino siano dovuti ad egoiche forze diabolicamente avverse, in quanto contrarie all’infallibile volere chi “manovra dall’alto”.  

Sia ben chiaro che non è minimamente nelle mie intenzioni screditare né tantomeno ridicolizzare l’esistenza di individui che hanno trasceso la condizione umana-animale per elevarsi ad una condizione umana-spirituale, ma proprio in loro onore credo sia giusto riflettere sull’assurdità di tutti coloro che ne pubblicizzano un rapporto privilegiato ed esclusivo, arrogandosi il diritto di parlare in loro nome.

Guarda caso, quando gli strumenti di indagine lo consentono, le “mitologie celesti” si sgretolano facilmente come sabbia tra le mani, rivelando molte incongruenze se non addirittura veri e propri scheletri nell’armadio. E più ci si avvicina ai presunti fatti storici ritenuti indiscutibili, più emergono elementi scottanti, anche solo piccoli particolari che possono però stravolgere intere impalcature.

Negli ultimi anni abbiamo assistito a nuove e avvalorate ipotesi sull’origine dei vangeli cristiani, ma simili rivoluzioni si possono scorgere anche all’interno di concezioni dottrinali più recenti. Basta avere il coraggio di guardare e la forza di non dimenticare.

Ribadisco che da un certo punto di vista la storia potrebbe non avere nessuna correlazione con il valore di un insegnamento. Al di là dello scandalo che potrebbe suscitare, ad esempio, la notizia secondo la quale la figura storica di Gesù non è in realtà mai esistita, non si potrebbe certo mettere in discussione la saggezza contenuta nei vangeli. Sarebbe come sostenere che la legge di gravità è un’idiozia se si scoprisse che Newton non è mai esistito.

Eppure ben possiamo immaginare quale terremoto religioso e culturale susciterebbe la notizia di un Cristo inventato. Già, perché verrebbero a cadere tutte le strutture dogmatiche costruite intorno alla sua figura, nonostante il fatto che con il suo insegnamento non c’entrino un accidente.

Verrebbero cioè a mancare tutti quei presupposti di presunzione ideologica che, pur non avendo in realtà proprio nulla di spirituale, costituiscono ahimè in molti casi il nutrimento principale di una dottrina. Detto ancora in altre parole, verrebbero a mancare quelle divine motivazioni in grado di elevare il proprio “partito” a privilegiato (se non unico) in mezzo a tanti altri poveri illusi.

La cosa buffa è che invece di essere meravigliati dal fatto che un vero Insegnamento è Universale anche nell’evidenza e non solo nella filosofia, ci si sente feriti e un po’ traditi. È infatti psicologicamente sempre preferibile sentirsi partecipi di un insegnamento esclusivo, dove “qualcuno” ha scelto proprio noi, gli eletti! E la gratificazione personale – non spirituale – si impenna…

Non dobbiamo mai dimenticare a tal proposito che i principi di ogni egregora (che la scienza potrebbe oggi chiamare con il nome di meme oppure campo morfico) sono sempre gli stessi, indipendentemente dai giudizi di valore emessi da coloro che ne fanno parte o da coloro che osservano dal di fuori. Secondo i testi sacri e le osservazioni di carattere sperimentale, quando un “progetto” inizia ad assumere vita propria, indipendentemente da colui o coloro che lo hanno generato, diviene a tutti gli effetti una egregora.

Tale fenomeno è una specie di forma-pensiero che si origina laddove un insieme di persone si orienta intensamente verso un obiettivo (di qualsiasi natura esso sia) dando vita ad una mente collettiva dalle caratteristiche superiori alla somma delle singole parti. Gli effetti immediati si possono percepire attraverso suggestioni inaspettate e prodigiose coincidenze che lasciano facilmente presupporre la presenza di una possente entità invisibile che muove i fili da dietro lo scenario. È chiaro che tutto ciò si presta molto bene ad idealizzazioni di ogni sorta.

Le correnti religiose di vario tipo ne sono l’esempio più emblematico, con la particolarità che ciascuna di esse ha la tendenza a reputarsi un’egregora (evitando ovviamente di usare questo nome, se non in senso dispregiativo nei confronti delle altre tradizioni spirituali) di carattere liberatorio, considerando tutte le altre fuorvianti o comunque non dirette da ispirazione divina; e per sostenere tale convinzione fanno ovviamente ricorso a persuasive argomentazioni correlate da accadimenti storici. È sempre la stessa storia che si ripete da migliaia di anni in tutti i luoghi della terra.

Ma la cosa ancor più interessante è che, come primo punto, si può constatare che ogni egregora per poter sopravvivere ha bisogno di un’approvazione incondizionata da parte dei suoi membri – la famosa fede – e le esperienze insegnano che non vi è strumento migliore del porne al centro un segreto misteriosamente affascinante da poter inseguire o da dover temere (a volte le due cose coincidono). L’immediata conseguenza è che ciò che viene proposto o affermato dalla mente collettiva non viene più ponderato e vagliato in coscienza propria ma accettato come infallibile (vedesi il dogma dell’infallibilità papale… ma gli esempi non si fermano certo lì).

Il secondo punto prevede invece che un’egregora cresca e si propaghi tramite l’imitazione,  non attraverso l’informazione o il convincimento, come si potrebbe pensare. In altre parole veniamo attratti da una o più figure (idealizzate o meno) che in qualche modo ci affascinano e che fungono da esempio nella condivisione della nota approvazione incondizionata sopra citata (come a dire che “se lui – o lei – continuano a seguire i dettami con tanta devozione e perseveranza, è sicuro che qualcosa avranno pur visto o raggiunto…”).

È proprio quest’ultimo meccanismo a permettere l’accettazione e la giustificazione inconsapevole di ogni sorta di contraddizione tra la teoria e la pratica (“Dio è ovunque e lo potete trovare solo dentro di voi, ma senza fare appoggio a noi vi sarà impossibile”, o “tutte le religioni parlano dello stesso Insegnamento, ma come lo presentiamo noi è il modo più corretto”, oppure “la Verità è qui ed ora, ma occorre prima seguire molti anni di apprendistato per comprenderla”, o ancora “il Cammino prevede l’ascolto della propria coscienza, ma quando questa vi suggerisce cose diverse da quello che vi diciamo noi, è sicuramente fuori strada”, e così via).

È certamente vero che ogni progetto (o egregora) può nascere con finalità anche molto differenti tra loro, da quelle più economiche fino a quelle più spirituali, ma è bene non dimenticare mai che i meccanismi di base rimangono sempre gli stessi al di là di ogni sorta di idealizzazione. Per tale ragione, a un certo punto, occorre avere il coraggio e la maturità interiore di smascherare anche la stessa realtà che ci ha formati, per quanto ciò possa apparire doloroso e ingiusto.

E, badate bene, ciò non significa mandare tutti a quel paese con rancore e delusione, ma significa realizzare un reale distacco interiore, che viaggia in modo indipendente dalla scelta di interrompere o meno un certo percorso intrapreso. Le illusioni non hanno presa dove non trovano un terreno fertile su cui fondarsi ed alimentarsi. E quel terreno siamo noi.

Stiamo infatti parlando di una maturazione che non dovrebbe essere letta come una rivoluzione esteriore, ma profondamente interiore. E allora mi viene in mente un Arjuna sbigottito che viene incitato da Krishna a muover battaglia verso tutti coloro che lo hanno cresciuto e che gli hanno insegnato fino a quel momento… mi viene in mente il detto buddista secondo cui, a un certo punto del Cammino, se si incontra un Buddha occorre ucciderlo… mi viene in mente Gesù quando rinnegava sua madre ed affermava che chi non odia i suoi genitori non è degno di lui… e mi vengono in mente le parole di Krishnamurti:

“Se vogliamo scoprire ciò che è vero, dobbiamo essere completamente liberi da tutte le religioni, da tutti i condizionamenti, da tutti i dogmi, da tutte le credenze e da qualunque autorità che spinga a uniformarci; il che significa, essenzialmente, essere completamente soli, e questo è molto difficile.”

Personalmente, non credo proprio che una vera fratellanza e un vero iniziato abbiano bisogno di legittimare storicamente ciò che sono attraverso date ed eventi. Non ciò che sanno, non ciò che dicono, non i certificati di un’affiliazione da cui affermano di provenire, ma ciò che sono dovrebbe testimoniare per loro senza bisogno di spendere ulteriori parole. Chi entra in sintonia, bene, altrimenti poco importa, che senso avrebbe cercare di stupire attraverso effetti speciali storiografici?

La forza e la profondità di un vero Insegnamento è il suo esempio vissuto, tutto il resto è sterile dottismo o semplice curiosità emotiva, entrambi molto utili per placare e compensare a fragili paure, ma non certo per superarle.

Rimaniamo dunque con gli occhi (interiori) ben aperti, e vigiliamo sempre a 360 gradi dentro e fuori di noi. Se è vero che aspiriamo alla pura spiritualità, non accontentiamoci di perseguire una storitualità come tante. Non posso certo garantire che in tal modo ci si avvicinerà più in fretta alla Verità, ma ci sono buone probabilità di fare un po’ di pulizia da ciò che è non-verità, e questo, consentitemelo, è già un ottimo risultato.

Le Fou

 Storitualità  Storitualità  Storitualità  Storitualità  Storitualità  Storitualità  Storitualità  Storitualità

Saggezza 3.0

 Saggezza 3.0Chi ha mai detto che il nostro mondo attuale non possa offrire i suoi spunti di riflessione per una seria meditazione su se stessi?

Generalmente infatti, quando si pensa ad aneddoti di saggi che impartiscono insegnamenti, la mente tende a vagare in luoghi lontani e tempi che furono. Le storielle Zen e Sufi ne rappresentano un meraviglioso esempio.

Ma è bene non dimenticare che esistono anche tradizioni occidentali altrettanto ricche di stimoli spirituali, per quanto forse meno conosciute (o forse, più semplicemente, meno considerate dato che l’erba del vicino è sempre la più verde…).

La storia che segue è una delle tante “perle” offerte dalla tradizione ebraica e, come vedrete, non occorre tentare di immedesimarsi in un’epoca troppo lontana per coglierne gli insegnamenti.

Non molto tempo fa, un Rabbi se ne stava seduto con i suoi chassidim. Il tono della loro conversazione era breve e riguardava molti argomenti. Quasi come se parlasse da solo, il Rabbi disse: Continue reading Saggezza 3.0

Il pubblicano e il fariseo (non prendiamoci in giro)

Un uomo entra nei bagni pubblici. Comincia a orinare. A un tratto, all’altezza degli occhi, legge una breve frase che dice: “Guarda un po’ più in su!” L’uomo solleva lo sguardo e vede scritto: “Guarda ancora più su!” Rovescia un poco la testa all’indietro per riuscire a leggere: “Guarda ancora più su! Sul soffitto!” L’uomo, con la testa completamente piegata all’indietro, legge sul soffitto: “Cretino, ti stai pisciando sulle scarpe”.

 Il pubblicano e il fariseo (non prendiamoci in giro)Fino a quando cercheremo rifugio in una sorta di aspirazione al divino, non per guardarci con coraggio allo specchio, ma per scappare da questa tanto temuta visione, allora continueremo a girare intorno al vero nocciolo del problema.  

Troppo spesso e con troppa facilità ci dimentichiamo del processo che viene messo in gioco all’interno di un reale processo spirituale. Fortunatamente, ogni tanto ci si imbatte in qualche incontro o in qualche lettura che tenta di ricordarcelo.

È questo il caso di un’interessante riflessione estrapolata dal libro “Trattato di Psicologia Rivoluzionaria” di Samael Aun Weor, un maestro gnostico del ‘900.

Riflettendo un poco sulle diverse circostanze della vita, vale la pena di comprendere seriamente le basi su cui poggiamo.

Una persona si basa sulla sua posizione, un’altra sul denaro, questa sul prestigio, quell’altra sul proprio passato, quell’altra ancora su un certo titolo e così via.

La cosa più curiosa è che tutti, dal ricco al mendicante, abbiamo bisogno di tutti e viviamo di tutti, anche se siamo pieni di orgoglio e vanità.

Pensiamo per un attimo a quello che possono toglierci. Quale sarebbe la nostra sorte in una cruenta rivoluzione? Dove finirebbero le basi su cui poggiamo? Poveri noi! Ci crediamo tanto forti e siamo invece spaventosamente deboli!

L’io che sente in se stesso la base su cui poggiamo dev’essere dissolto, se veramente aneliamo all’autentica beatitudine.

Tale io sottovaluta la gente, si sente più perfetto in tutto, più ricco, più intelligente, più esperto della vita, ecc.

È opportuno ora citare quella parabola di Gesù, sui due uomini che pregavano, raccontata ad alcune persone che presumevano di essere giuste e disprezzavano gli altri.

Gesù Cristo disse: “Due uomini salirono al tempio a pregare; uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, ritto in piedi, pregava così tra sé: «O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo». Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: «O Dio, abbi pietà di me peccatore». Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato” (Luca XVIII, 10-14).

Incominciare a rendersi conto della propria nullità e della miseria in cui ci troviamo è assolutamente impossibile finché esisterà in noi il concetto del “più” che ci farà dire, ad esempio: «Io sono più giusto di quello, più saggio di Tizio, più virtuoso di Caio, più ricco, più esperto nelle cose della vita, più casto, più ligio al dovere, ecc., ecc.»

Non è possibile passare attraverso la cruna di un ago finché siamo “ricchi”, finché in noi esiste questo complesso del “più”.

“È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio”[1].

Il fatto di dire che la mia scuola è la migliore e che quella del prossimo non serve, che la mia è l’unica vera religione e che tutte le altre sono false e perverse, che la moglie di Tizio è una pessima sposa e che la mia è una santa, che il mio amico è un ubriacone mentre io sono un uomo molto giudizioso e astemio, ecc., ecc. è ciò che ci fa sentire “ricchi”, per cui noi tutti siamo i “cammelli” della parabola biblica riguardo al lavoro esoterico.

È urgente auto-osservarci momento per momento allo scopo di conoscere chiaramente le fondamenta su cui poggiamo.

Quando uno scopre quello che più lo offende in un dato momento, il fastidio che gli ha dato quella certa cosa, scopre le basi su cui poggia psicologicamente.

Secondo il Vangelo cristiano tali basi costituiscono “la sabbia su cui ha edificato la sua casa”.

È necessario annotare con cura come e quando abbiamo disprezzato gli altri sentendoci superiori, magari per via del titolo, della posizione sociale, dell’esperienza acquisita, dei soldi, ecc., ecc.

È grave sentirsi ricchi, superiori a Tizio o a Caio per un certo motivo. Gente simile non può entrare nel Regno dei Cieli.

È bene scoprire da che cosa ci si sente lusingati, da cosa è soddisfatta la nostra vanità; questo ci mostrerà le fondamenta su cui poggiamo.

Tuttavia questo tipo di osservazioni non deve essere una questione puramente teorica: dobbiamo essere pratici e osservarci attentamente in modo diretto, istante per istante.

Quando si inizia a comprendere la propria miseria e nullità, quando si abbandonano le manie di grandezza, quando si scopre la futilità di tanti titoli, onori e vane superiorità nei confronti dei nostri simili, è segno inequivocabile che già si comincia a cambiare.

Non si può cambiare se ci si aggrappa a cose come: “la mia casa”, “i miei soldi ”, “le mie proprietà”, “il mio mestiere”, “le mie virtù”, “le mie capacità intellettuali”, “le mie capacità artistiche”, “le mie conoscenze”, “il mio prestigio” e così via.

Aggrapparsi al “mio” è più che sufficiente ad impedirci di riconoscere la nostra nullità e miseria interiore.

[…]

Purtroppo gli adoratori dell’io non accettano questo, si credono dèi, pensano già di possedere quei “corpi gloriosi” di cui parlava Paolo di Tarso[2]; pensano che l’io sia divino, e non c’è verso di toglier loro dalla testa quest’assurdità.

Con questa gente non si sa che fare: glielo si spiega e non capisce, è sempre aggrappata alla sabbia su cui ha edificato la propria casa, sempre presa dai propri dogmi, dai propri capricci, dalle proprie sciocchezze.

Se questa gente si auto-osservasse seriamente, verificherebbe da sé la dottrina dei molti, scoprirebbe dentro di sé tutta quella molteplicità di persone o io che vivono al suo interno.

Come può esistere in noi il reale sentimento del nostro vero Essere, se questi io sentono per noi, pensano per noi?

La cosa più grave di tutta questa tragedia è che uno pensa di pensare, sente di sentire, mentre in realtà è un altro che, in un dato momento, pensa con il nostro cervello tormentato e sente con il nostro cuore addolorato.

Poveri noi! Quante volte crediamo di amare e succede che un altro dentro di noi, pieno di lussuria, utilizza il centro del cuore. Siamo degli sventurati: confondiamo la passione animale con l’amore! e tuttavia è un altro dentro di noi, nella nostra personalità, che fa queste confusioni.

Tutti pensiamo che non pronunceremmo mai le parole del fariseo della parabola biblica: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini” ecc., ecc.

Tuttavia, anche se sembra incredibile, ci comportiamo tutti i giorni così. Il venditore di carne al mercato dice: «Io non sono come gli altri macellai che vendono carne di cattiva qualità e si approfittano della gente».

Nel suo negozio, il venditore di tessuti esclama: «Io non sono come gli altri commercianti che si sono arricchiti rubando sulle misure».

Il venditore di latte afferma: «Io non sono come gli altri lattai che mettono acqua nel latte: mi piace essere onesto».

La casalinga, in visita, commenta: «Io non sono come quella là, che va con altri uomini; grazie a Dio sono una persona corretta e fedele a mio marito».

In conclusione: gli altri sono malvagi, ingiusti, adulteri, ladri e perversi, mentre ognuno di noi è un docile agnellino, un “santino di cioccolata” buono per fare il Gesù bambino nel presepe di una chiesa.

Quanto siamo stolti! Spesso pensiamo che non commetteremmo mai tutte quelle sciocchezze e malvagità che vediamo fare agli altri e per questo arriviamo alla conclusione di essere delle persone magnifiche; purtroppo non vediamo le stupidaggini e le meschinità che facciamo.

Ci sono dei particolari momenti nella vita in cui la mente, senza preoccupazioni di alcun genere, riposa. Quando la mente è calma, quando la mente è in silenzio, viene il nuovo.

In tali istanti è possibile vedere le basi, le fondamenta su cui poggiamo.

Quando la mente è in profondo riposo interiore possiamo verificare da noi la cruda realtà di quella sabbia della vita su cui abbiamo edificato la casa (vedi Matteo VII, 24-29, parabola che tratta delle due fondamenta).


[1] Marco, 10, 25 [N.d.T.].

[2] 1 Corinzi, 15, 40 e segg.; Filippesi 3, 21 [N.d.T.].

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La Luce del Cammino sorretta da Isha Schwaller de Lubicz

Non aprire questo libro, lettore, se ti accontenti delle soddisfazioni di questo mondo terreno: non leggere quest’opera che potrebbe provocare in te il desiderio di superarle.

Non leggere se ami le catene dei tuoi attuali limiti, se hai paura di trovare le chiavi del tuo destino sovrumano… perché è questo l’obiettivo di tale cammino.

Così inizia lo splendido romanzo di Isha Schwaller de Lubicz, La Lumiére du chemin, scritto a Plan de Grasse nel 1960, pochi anni prima di morire. Già dalle “avvertenze”, Isha sottolinea con forza un grande cambiamento dei tempi (quel cambiamento che ancora molti dotti e religiosi sembrano non avvertire), una svolta epocale che richiede al cercatore innanzi tutto praticità, osservazione interiore e azione.

Non si tratta più dunque di camminare sul posto,

non si tratta più di cercare, di aspettare e sperare,

né di soppesare ancora qualche progresso aleatorio:

… si tratta di ascoltare la tua stessa Voce divina,

o viaggiatore che, per il fatto di attirare in te stesso la Tua Presenza, cammini già, sulla Terra, nell’immortalità.

La Lumiére du Chemin ha come protagonista un giovane uomo di scienza, Jean Thomas, assillato da un’inquietudine interiore che non sembra placarsi né immergendosi nel suo lavoro, nè con i vari passatempi che gli offre la società in cui vive. Nel bel mezzo di un temporale (e così si apre la storia), Jean viene scosso da un fulmine che cade a poca distanza da lui, e si trova così costretto a cercare riparo dentro la cattedrale di Notre Dame. Qui viene soccorso da una strana figura, forse la personificazione di ciò che tutti stiamo cercando.

Grazie a questo “fortuito” incontro, Jean si ritrova costretto a prendere in esame la natura della sua insoddisfazione:

La tua inquietudine è la sofferenza di non poter comprendere, attraverso la tua ragione, l’inesprimibile stato del tuo Essere immortale… Non ne soffriresti se dentro di te non ci fossero altre possibilità. La tua intelligenza cerebrale ti permette di guardare te stesso ma non è in grado di andare al di là della constatazione. È allora la preconoscenza di uno stato superiore alla constatazione a permetterti di andare al di là di essa.

 La Luce del Cammino sorretta da Isha Schwaller de Lubicz

La Lumiére du Chemin – dipinto di Elmiro Celli. Collezione degli Schwaller de Lubicz, esposto a Bozawola.

Da quel momento in poi, le avventure di Jean hanno inizio. Grazie alle sue successive visite a Notre Dame, conoscerà Maître Pierre e Maître Dominique: il primo, un personaggio inquietante attratto dalla materia e dalla valenza della natura demoniaca sul nostro mondo; il secondo, un saggio scultore che si assumerà come compito quello di “traghettare” Jean verso le sponde della sua natura più reale, al di là di ogni cerebralismo e concetto teorico.

Durante questo magnifico viaggio, denso di interrogativi, stralci di vita quotidiana, insegnamenti e colpi di scena, ci si sente parte integrante dell’insolito gruppo di amici: oltre al “dottore” Jean e ai due già citati Pierre e Dominique, si introdurranno sulla scena Jean-Jacques, un vecchio amico di Jean, pilota, che a causa di un incidente e ad una “questione di coscienza” si ritroverà a passare del tempo a Parigi, e Dutheil, un’altra conoscenza di Jean fortemente in conflitto sulla via da percorrere e sulla gestione di una famiglia per nulla coinvolta dai sui forti interrogativi di ordine esistenziale e spirituale.

Ogni personaggio, per alcune caratteristiche, sembra somigliarci un po’. Le domande che contraddistinguono la loro ricerca sono marcatamente riconducibili ai dubbi che percorrono l’esistenza di molti di noi, spesso esitanti ad affrontare quel vuoto necessario al ritrovamento della nostra essenza originaria.

Ma non solo. Il testo mette chiaramente in luce la situazione in cui ci ritroviamo nei giorni nostri, sempre più marcatamente scissa in polarità e interessi in conflitto tra loro:

Ricordati Thomas che attualmente subiamo il turbamento di un conflitto tra due tendenze divergenti. Da una parte il senso di collettività, che vuole parificare i valori intellettuali tanto quanto quelli materiali, eguagliare i diritti e i doveri senza preoccuparsi del grado di evoluzione degli individui. Dall’altra si manifesta una tendenza all’individualismo che si esprime volgarmente con ribellioni sconsiderate e maldestre, tanto nell’arte quanto nelle opinioni, o nel bisogno di sfidare la critica attraverso lo scandalo o l’originalità. (…) Queste tendenze contraddittorie corrispondono a due stati di coscienza che dividono abbastanza nettamente i nostri contemporanei e che il Vangelo, come fanno altre Tradizioni, denomina come i Molti e i Pochi. I Molti hanno un obiettivo dell’esistenza terrena dettato dall’intelligenza cerebrale, mentre i Pochi aspirano al regno sovraumano con i mezzi dell’Intelligenza del Cuore.

Naturalmente Isha si rivolge ai Pochi, e tra i Pochi, a quelli che non riescono più ad affidarsi con totale slancio a credenze o insegnamenti – per quanto veritieri – esteriori. A tutti coloro che non riescono più a convivere con quello strano senso di malinconia alimentato dalla mancanza di contatto con la parte più reale di sè, il Testimone Permanente, unica e sola speranza di intercessione con il Testimone Spirituale, Presenza di natura divina sprofondata nei recessi più profondi del cuore.

Personalmente, La Lumiére du Chemin ha alimentato in noi un sentimento necessario durante il cammino: la speranza. Si, una speranza dettata dall’incredibile affinità che abbiamo sentito con l’inquietudine di Jean, il cinismo di Pierre, l’audacia di Jean-Jacques e la confusione di Dutheil. Insieme a loro, abbiamo immaginato di essere condotti da Dominique verso distese sconfinate di dialoghi interiori, con amicizia ed estrema semplicità, senza alcuno spazio per maschere inutili o buonismi sterili. La speranza di scorgere presto, come loro e insieme a loro, la nostra Luce del cammino.

Purtroppo La Lumiére du chemin non è stato ancora pubblicato in italiano (gli stralci qui riportati, insieme al resto, sono stati tradotti da noi dalla versione francese originale). Tuttavia per invogliare i lettori a non perdersi questo lavoro così utile e avvincente, pubblichiamo qui di seguito un link sul quale potrete scaricare in pdf l’indice degli argomenti affrontati nel romanzo, così come Isha li ha organizzati e riassunti, e tutto il primo capitolo. Per qualsiasi ulteriore informazione sul testo, non esitate a contattarci.

Indice e primo capitolo pdf

 La Luce del Cammino sorretta da Isha Schwaller de Lubicz  La Luce del Cammino sorretta da Isha Schwaller de Lubicz  La Luce del Cammino sorretta da Isha Schwaller de Lubicz  La Luce del Cammino sorretta da Isha Schwaller de Lubicz  La Luce del Cammino sorretta da Isha Schwaller de Lubicz  La Luce del Cammino sorretta da Isha Schwaller de Lubicz  La Luce del Cammino sorretta da Isha Schwaller de Lubicz  La Luce del Cammino sorretta da Isha Schwaller de Lubicz

Il Potere più grande di tutti

 Il Potere più grande di tuttiCoraggio, non nascondiamocelo: dentro ciascuno di noi si annida il desiderio di poter arrivare un giorno a padroneggiare qualche potere spirituale. A fin di bene, si intende, ma il sol pensiero è così elettrizzante che ci rende capaci di accettare anche molti compromessi pur di poter arrivare a quel giorno. 

Molte organizzazioni “umanamente” spirituali ben conoscono questo bencelato meccanismo interiore, e riescono a sopravvivere proprio grazie ad esso. Le promesse aleatorie di un indefinito giorno lontano in cui potremo finalmente svelare quel segreto che abbiamo tanto atteso ed immaginato, sono i pilastri più sicuri per mantenere in piedi una struttura di carattere religioso.

Spesso e volentieri queste promesse sono solo frutto di voci che nascono e si autoalimentano tra i corridoi per poter mantenere alta la motivazione anche a fronte di palesi contraddizioni o delusioni. Il vero atto liberatorio è sicuramente quello di perseguire un Cammino che risuona dentro di sè senza dover fare affidamento alla promessa di un premio che, tra l’altro, nessuno conosce veramente.

Ma supponiamo per un attimo che si possa realmente accedere ad un Potere spirituale: saremmo veramente in grado di gestirlo?

Già, perchè molti (veri) saggi affermano che l’unica cosa che conta veramente è cercare di tenere sempre viva la domanda: chi sono io? Tutto il resto… “vi verrà dato in sovrappiù”, nel momento stesso in cui non avremo più bisogno di farne sfoggio o di usarlo come gingillino luccicante e stuzzicante per attrarre l’attenzione altrui e tenerla legata a noi.

Lasciamo la parola ad una toccante storiella Sufi:

“Devi assolutamente insegnarmi il sacro nome di Allah”, disse un novizio al maestro Sufi.

“Non mi pare che sei pronto”, disse l’altro. “Ma ti metterò ugualmente alla prova. Domattina all’alba recati alla porta principale della città e riferiscimi ciò di cui sarai testimone”.

Il novizio ubbidì e il giorno dopo, nel luogo indicato, vide un energumero maltrattare un povero vecchio.

“Quest’uomo è fortissimo”, pensò. “Se lo affrontassi, avrei la peggio”.

La sera stessa, il giovane narrò l’evento al suo maestro nei minimi dettagli. E, con tono di rimprovero, aggiunse: “Se oggi avessi saputo il nome segreto, quell’omaccione se la sarebbe passata male!”

Il maestro ascoltava in silenzio, senza replicare.

Allora il giovane sbottò, e disse: “Cosa c’è? Perchè non parli? Non pensi che abbia diritto a conoscere quel nome?”.

“Proprio no”, rispose il Sufi. “In effetti, mio irruento amico, il vecchio maltrattato non era altro che il mio maestro. Cioè l’uomo che mi rivelò, molto tempo fa, il sacro nome segreto di Allah”.

Alla faccia di tutti i “The Secret”… 

 Il Potere più grande di tutti  Il Potere più grande di tutti  Il Potere più grande di tutti  Il Potere più grande di tutti  Il Potere più grande di tutti  Il Potere più grande di tutti  Il Potere più grande di tutti  Il Potere più grande di tutti

Oggi so che Questo è la Vita!

 Oggi so che Questo è la Vita!È proprio vero che lo Spirito – quello puro e sincero – non può essere circoscritto con esclusiva dentro nessun ambito religioso.

Lo Spirito attraversa il tempo e lo spazio rimanendo sempre lì, immutabile, pronto ad essere colto e percepito da chiunque rivolga il proprio sguardo dentro di sé con aspirazione ed onestà. Poco importa se quel “chiunque” provenga da un campo religioso, scientifico o artistico.  

Per tale ragione abbiamo pensato di rendere omaggio alle parole di Charlie Chaplin*, con quello che possiamo definire un vero e proprio Inno alla Vita:

Quando ho cominciato ad amarmi davvero,
mi sono reso conto che la sofferenza e il dolore emozionali
sono solo un avvertimento che mi dice di non vivere contro la mia verità.
Oggi so che questo si chiama
AUTENTICITÀ.

Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho capito
com’è imbarazzante aver voluto imporre a qualcuno i miei desideri,
pur sapendo che i tempi non erano maturi e la persona non era pronta,
anche se quella persona ero io.
Oggi so che questo si chiama
RISPETTO PER SE STESSI.

Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho smesso
di desiderare un’altra vita e mi sono accorto che tutto ciò che mi circonda
é un invito a crescere.
Oggi so che questo si chiama
MATURITÀ.

Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho capito di trovarmi sempre
ed in ogni occasione al posto giusto nel momento giusto e che tutto quello
che succede va bene.
Da allora ho potuto stare tranquillo.
Oggi so che questo si chiama
RISPETTO PER SE STESSI.

Quando ho cominciato ad amarmi davvero,
ho smesso di privarmi del mio tempo libero
e di concepire progetti grandiosi per il futuro.
Oggi faccio solo ciò che mi procura gioia e divertimento,
ciò che amo e che mi fa ridere, a modo mio e con i miei ritmi.
Oggi so che questo si chiama
SINCERITÀ.

Quando ho cominciato ad amarmi davvero, mi sono liberato di tutto ciò
che non mi faceva del bene: cibi, persone, cose, situazioni e da tutto ciò
che mi tirava verso il basso allontanandomi da me stesso,
all’inizio lo chiamavo “sano egoismo”, ma oggi so che questo è
AMORE DI SÈ.

Quando ho cominciato ad amarmi davvero,
ho smesso di voler avere sempre ragione.
E cosi ho commesso meno errori.
Oggi mi sono reso conto che questo si chiama
SEMPLICITÀ.

Quando ho cominciato ad amarmi davvero,
mi sono rifiutato di vivere nel passato
e di preoccuparmi del mio futuro.
Ora vivo di piu nel momento presente, in cui TUTTO ha un luogo.
E’ la mia condizione di vita quotidiana e la chiamo
PERFEZIONE.

Quando ho cominciato ad amarmi davvero,
mi sono reso conto che il mio pensiero può
rendermi miserabile e malato.
Ma quando ho chiamato a raccolta le energie del mio cuore,
l’intelletto è diventato un compagno importante.
Oggi a questa unione do il nome di
SAGGEZZA DEL CUORE.

Non dobbiamo continuare a temere i contrasti,
i conflitti e i problemi con noi stessi e con gli altri
perché perfino le stelle, a volte, si scontrarno fra loro dando origine
a nuovi mondi.
Oggi so che QUESTO È LA VITA!

 

*Altre fonti affermano che la paternità di questa poesia sia da attribuirsi a Kim McMillen e Alison McMillen; ciò che importa è comunque il contenuto del messaggio.

 Oggi so che Questo è la Vita!  Oggi so che Questo è la Vita!  Oggi so che Questo è la Vita!  Oggi so che Questo è la Vita!  Oggi so che Questo è la Vita!  Oggi so che Questo è la Vita!  Oggi so che Questo è la Vita!  Oggi so che Questo è la Vita!

Il giorno della memoria… di sé

 Il giorno della memoria… di séNon so voi ma io sono un po’ stanco delle solite ricorrenze. Vi prego, non fraintendetemi subito, non è certamente mia intenzione screditare il significato di certe commemorazioni nate con l’intento di ricordare all’uomo di quali bestialità sia capace. Il problema è che reputo illusoria la convinzione che possano servire per prevenirne delle altre.

Quando una pentola a pressione improvvisamente ed inaspettatamente scoppia, non è certamente tutta colpa del caso, né della pentola, né di chi l’ha costruita, né del vapore, né del fuoco, né di chi l’ha acceso. Certo, sarebbe molto più facile identificare ed isolare un unico elemento per condannarlo e scagionare così tutto il resto, primo fra tutti la propria responsabilità in gioco. In effetti è quello che generalmente accade.

Ma la banalità a me non interessa, e sono più propenso a pensare che le vere cause scatenanti di uno scandalo siano da ricercarsi nella somma di tante piccole cose, che vedono ciascuno di noi partecipe in prima persona.

Potremmo infatti discutere di storia e di politica per giorni interi, ma quello che mi preme non è stabilire con precisione le date, i nomi e i passaggi storici che conducono alle tragedie, bensì  osservare nel profondo dell’essere umano quello che accade, che è sempre accaduto e che, presumibilmente, potrebbe accadere.

C’è un odore di ipocrisia nell’aria quando si assiste alle cerimonie commemorative, con tutte quelle facce serie, tristi, afflitte dalla rievocazione di eventi che, in molti casi, non hanno nemmeno vissuto direttamente. L’impressione è che si stia recitando un copione.

A volte mi verrebbe voglia di buttarmi tragicomicamente nella mischia schiaffeggiando qualcuno a random per poi rivolgermi alla massa con tono solenne come ad un cavaliere durante l’investitura: “affinché non dimentichiate!”. E poi? Il giorno dopo? È probabile che sia io che loro riprenderemmo il solito tran tran esattamente come due giorni prima.

Certamente si terranno gli occhi ben aperti per non compiere più discriminazioni verso una certa etnia, a parte ovviamente quegli zingari sotto casa, quei libici che sbarcano dai gommoni e quei musulmani che ci vorrebbero bombardare (meno male che ci pensiamo prima noi). In tutti questi casi si tratta infatti di scienza antropologica che non ha nulla a che vedere con i più bassi pregiudizi razziali!

Ah, dimenticavo di aggiungere alle eccezioni anche quegli untori degli evasori fiscali italiani, il vero male del nostro tempo, è tutta colpa loro se il mondo è sull’orlo di un precipizio economico (ricordo ancora con odio il viso soddisfatto e truffaldino di quella fruttivendola che tredici anni fa non mi fece lo scontrino di settemila lire; oggi il suo negozio è chiuso, non è riuscita a sostenere la crisi, ben le sta, il karma è karma, in parte è anche colpa sua se non riuscirò a comprarmi l’ultimo modello di iPhone).

Ecco, al di là di queste “insignificanti” eccezioni sono fiducioso che la civiltà umana abbia fatto realmente esperienza degli errori commessi in passato, e che un altro olocausto non si ripresenterà più, mai più. Saranno banditi per sempre i simboli come la svastica e il fascio e le strutture dei campi di concentramento, e il futuro dell’umanità sarà protetto per sempre.

Ed ogni qual volta si riaffaccerà il timore di qualcuno con la faccia brutta e la voce inquietante (non sto parlando del Papa), non avremo di che preoccuparci, perché i nostri paladini della democrazia saranno subito pronti per una guerra santa, benedetta dal petrolio consacrato. Tutte le stragi di innocenti, le città distrutte e le ingiustizie commesse, fanno purtroppo parte dei sacrifici necessari in virtù di un futuro più prospero. E poi, diciamocelo, tutti i resoconti di guerra raccontati attraverso il tecnologico orifizio divino – il televisore – movimentano anche un po’ la nostra noiosa quotidianità.

Non sono infatti molto soddisfatto della vita che conduco. Nonostante non mi manchi nulla, tutto intorno a me mi fa desiderare molto di più. Ma sapere che molte altre persone nel mondo stanno decisamente peggio di me, un po’ seda la mia avida smania.

Ma qualcosina sta cambiando, e passo dopo passo si sta attenuando quel profondo abisso che separava il nostro primo mondo dall’altro terzo mondo, e ci stiamo tutti insieme avvicinando verso un unico secondo mondo. La differenza diminuisce e la tensione aumenta, ma lentamente, silenziosamente.

Quando tutto questo sarà evidente, quando ogni speranza di ulteriore crescita economica sarà svanita, cosa potrà contenere la belva che è in noi? La necessità psicologica di un capro espiatorio su cui riversare la rabbia rimarrà l’unico scopo di vita, e allora saranno guai per le nuove figure demonizzate (siano essi politici, stranieri, evasori fiscali, vecchi, donne o bambini).

E di una cosa potremo star certi: continueremo a commemorare le stragi del passato, magari a fianco di nuovi ghetti (sociali o psicologici). L’importante sarà cambiare i nomi, le forme, dare significati diversi. Checché se ne dica… è l’abito che fa il monaco. Quello che si nasconde dietro il saio, non solo non interessa quasi a nessuno, ma spaventa a morte.

E sapete perché ci spaventa? Perché impone di guardarci allo specchio, senza troppi alibi, senza falsi moralismi, toccando con mano che i cicli della storia umana, così come i cicli nella nostra vita, si ripetono sempre, anche se ogni volta sono dipinti con colori più tenui, artisticamente (ed astutamente) più belli, più puri.

Perché guardarci allo specchio non ci impone solo il ricordo di una serie di tragici fatti passati, ma la visione chiara di noi stessi, della nostra personalissima responsabilità in gioco all’interno del sistema mondo

Ma solo così il Giorno della Memoria potrà diventare il Giorno della Memoria di Sé, e solo da quel momento tutti gli accadimenti passati potranno divenire reale esperienza, aprendo le porte ad una reale crescita, una reale maturazione, non certo economica ma interiore e, quindi, decisamente più preziosa.

Non vi è infatti nessuna differenza di valore tra un piccolo evento e un evento di proporzioni mondiali, tra i nostri piccoli razzismi e i grandi olocausti, anzi i primi sono proprio il seme che conduce inesorabilmente ai secondi. Esattamente come quando ci si lamenta del magna magna generale, e poi dietro l’angolo ci si mette in tasca qualche euro approfittando indebitamente di una situazione (“ma si, cosa vuoi che sia, certo mi comporterei diversamente se si parlasse di grandi somme di denaro”, pia illusione!)

Quando avremo il coraggio di riconoscere che nessun dittatore o mostro della storia si è mai seduto a tavolino pensando: “da oggi perseguirò solo il male e farò soffrire migliaia di persone”, ma è sempre stato mosso da avide ambizioni ricoperte di celestiali propositi; quando avremo la forza di accettare il fatto che tutti i malvagi della storia sono stati (o sono) esseri umani esattamente come noi, e che ciò che li ha “ispirati” è qualcosa che vive potenzialmente dentro ciascuno di noi, ecco, solo allora il Giorno della Memoria di Sé potrà dare i suoi frutti.

Per non dimenticare… che ciascuno di noi è protagonista e non spettatore di questa realtà, e che un nuovo mondo può nascere solo dalle nostre piccole scelte quotidiane e crescere solo con i nostri piccoli gesti. Sì, proprio quelli più banali a cui comunemente non diamo peso, spesso compiuti lontano dagli sguardi altrui, e che spesso accompagniamo dal pensiero: “ma si, cosa vuoi che sia, non sarà certo questo a cambiare le cose…”.

Le Fou

 Il giorno della memoria… di sé  Il giorno della memoria… di sé  Il giorno della memoria… di sé  Il giorno della memoria… di sé  Il giorno della memoria… di sé  Il giorno della memoria… di sé  Il giorno della memoria… di sé  Il giorno della memoria… di sé